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‘La Morte prudente’, summa dell’opera di Lucia Stefanelli Cervelli

Lucia Stefanelli Cervelli


L’ultimo romanzo dell’intellettuale partenopea presentato all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli

Non poteva che essere un luogo sacro, suggestivo e profondamente simbolico, come l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – Palazzo Serra di Cassano, in via Monte di Dio, 14, a Napoli, ad ospitare, ieri 15 giugno, ore 16:30, l’ultima fatica letteraria della straordinaria intellettuale Lucia Stefanelli Cervelli, dal titolo La Morte prudente, Edizione Emersioni.

Un luogo in cui il senso di appartenenza, l’emozione nata dalla condivisione del linguaggio e della scrittura, così tanto declamate da questa meravigliosa interprete della Cultura partenopea, si esplicano in tutta la loro possanza e divengono così concrete da incarnarsi, stimolando il pensiero.

Voglio significati, persone che condividano il mio sentire ed ho voluto accanto a me, anche nel pubblico, amicizie vere, che sanno cosa sia il rispetto, che condividono il mio stesso sentire.

Ci sono altri che sono qui solo idealmente, bloccati a casa per motivi di salute o impossibilitati per lavoro, che sento qui ora con noi.

Sono stanca di un mondo che non mi rappresenta più, questa è davvero la chiusura di un cerchio. Ce l’ho con l’editoria, ecco perché non pubblicherò più nulla.

Non si può riconoscere il valore di un’opera e rifiutarla per portare avanti strategie di mercato. Se dovessi scrivere altro, rimarrà nel privato.

Che si torni ad una critica letteraria militante per dare dei punti di riferimento ai ragazzi. Temo solo una cosa dal futuro: il fraintendimento. Accettate o ripudiate pure, ma non fraintendete!

Queste le parole con cui l’autrice, a cui mi lega un rapporto di profondo e sincero affetto e di condivisione di intenti, insieme alla sua eccezionale anima gemella, l’altrettanto geniale Antonio Cervelli, conclude il suo intervento.

Perché partire proprio dall’epilogo invece di raccontare dall’inizio quella che, più che una presentazione, è stata un’ulteriore occasione di crescita?

Perché non menzionare in modo dettagliato e cronologico gli interventi, citando singolarmente relatori – Esther Basile e Maria Antonietta Selvaggio – e moderatore – Carmela Maietta?

Perché Lucia, nel corso di questi anni, oltre che il suo infinito amore, mi ha fatto il regalo più grande, donandomi delle chiavi di lettura altre e insegnandomi che qualsiasi prospettiva, anche quella più apparentemente distorta, può essere d’aiuto a scoprire aspetti che, diversamente, non sarebbero mai stati messi in luce.

Basta solo cambiare angolo di osservazione e tutto assume un significato diverso. Mai fissarsi sulle proprie idee, mai tenere il punto, quanto lavorare di sottrazione ed andare all’essenza per vedere il nucleo, da cui tutto si dipana. Questo il suo più grande insegnamento di vita. Quello che resta, alla fine, è Lucia, non le considerazioni altrui, per quanto ineccepibili e condivisibili.

Un libro complesso, ma solo per chi pigramente non si mette in discussione, per chi non ama le sfide, per chi preferisce non interrogarsi e non dedicarsi a riflessioni filosofiche, per chi non cerca spunti, per chi si accontenta della banalità di restare nello stesso posto, anche mentale.

Una triade di personaggi principali, ma un unico filone alla scoperta di una libertà autonegante nel suo affermarsi. Ed ecco l’ossimoro onnipresente, complice e amico di tutti i lavori di Lucia, che si muove alla ricerca di un senso smarrito o mancante del vivere.

Per gli altri, allora, diventa un testo necessario. La scoperta e la riscoperta di una parte di sé, il rimpianto di ciò che avremmo potuto essere, il rimorso per ciò che non è stato, o ciò che ci consente un’identificazione, una prospettiva di vita o una mancanza, come saggiamente notato dal Professor Gennaro Oliviero, proprietario dell’incantevole Giardino di Babuk, in via Foria, il quale, inaspettatamente, prima che si chiudessero i lavori, ha avvertito forte l’esigenza di testimoniare il suo elogio in pubblico all’opera di Lucia e ha concluso con una celeberrima frase di Marcel Proust:

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto uno strumento ottico offerto al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.

E, non a caso, la dolcissima dedica che Lucia mi fece, regalandomi il suo libro, lo ricorda molto:

A Lorenza, nella profonda risonanza che individua quanto suggerisce la Parola e si rende fraterna all’anima.

Con tanta stima e affetto.

Lucia Stefanelli Cervelli

06/12/2021

Erano tempi ancora incerti, in piena emergenza pandemica, ma nell’intimità della sua casa ne parlammo come di una creatura vivente, come dei personaggi in carne ed ossa, anche se, a ben vedere, in questo libro sono solo pretestuosi e necessari per andare oltre, verso quell’interiorità che ci caratterizza in quanto esseri umani.

Quello che a tutti gli effetti è da considerarsi il punto di arrivo dell’opera di Lucia, coincide con un’evoluzione personale e professionale, che passa attraverso momenti di dolore e fastidi quotidiani, stemperati da una salvifica ironia, che guarda con occhio fisso prima e strabico poi, che, da un’ottica del tutto privilegiata, elogia la follia e denuncia l’innocenza dei perversi, che culmina in un’epifanica visione dell’esistenza.

Cos’altro si può aggiungere se si sa, si sente di essersi dati completamente? Ripetersi all’infinito per svilire il senso ultimo della Parola? Giammai, afferma perentoriamente Lucia!!!

E va a spiegarci ciò che ha scritto in quel foglietto che ha avuto cura di dare a ciascuno di noi prima dell’inizio dell’evento. Una lucida critica delle problematiche a cui il mondo editoriale soggiace per squallidi meccanismi di mercato.

Un testo che, con elogi e complimenti viene rifiutato da una delle più importanti agenzie editoriali del Paese – Grandi & Associati – con la seguente motivazione:

“Indubitabile l’attrazione per una scrittrice di valore come Lucia Stefanelli Cervelli.

Editorialmente, tuttavia, c’è purtroppo un aspetto che non può essere trascurato. Spiace rimarcare che l’editoria maggiore, conformista e ormai quasi sorda all’originalità, anche a quella che si presenta senza eccessive sottolineature, coltiva una convinzione da cui pare impossibile smuoverla: considera pubblicabili i testi o di giovani e giovanissimi esordienti, o di autori già affermati.

Livello qualitativo, diritture ideali, gusto, pubblico di riferimento sembrano criteri di selezione non più praticati. I criteri di scelta non sono venuti meno del tutto, ma sono parecchio mutati, e tengono conto di valutazioni di ordine commerciale in cui un’opera come questa difficilmente può rientrare”.

È lei stessa ad evidenziare, sotto più o meno velate sollecitazioni, quanto ‘La Morte prudente’, libro assolutamente insolito in questo contesto, non goda di diritto di cittadinanza, rimanendo dialogo sussurrato all’orecchio di alcuni privilegiati estimatori.

‘La Morte prudente’ è pagina che non richiede fretta, ma neppure troppa dilazione. È lettura che vuole prenderti per mano per poi abbandonarti un po’ a tradimento. C’è, d’esordio, una sottile ironia che, ad un certo punto, comincia a tacere se stessa e si fa spietata autenticità. In un gioco di trasposizione, naturalmente. È biografia del nostro tempo vissuta da tre personaggi principali: Luca, Oscar e Giulia.

Il vero protagonista è, però, la sfida dell’accadere, che a noi tutti sovrintende e provoca alla responsabilità delle scelte, descritta in modo emotivo ma anche critico.

Questo testo va proprio contro la struttura teatrale. Il surplus delle parole e dei personaggi diventa una metafora. Un libro che non voglio viva sul piedistallo, voglio che venga letto nudo, dando la possibilità di riconoscersi.

È un libro di Parola attraverso cui si disegna il personaggio, la sua intenzionalità e non intenzionalità, ed essa serve come tracciato descrittivo dei personaggi e del logorio del pensiero. È una parabola e con essa non si può far teatro

Morte prudente… perché? Una delle quattro virtù cardinali è la Prudenza, il saper scegliere i mezzi adeguati per fare il bene e vincere il male e che serve per potersi dire Uomo. Valutazione lungimirante del senso svenduto del nostro esistere.

Personaggi che in smarriscono in se stessi perché siamo in un mondo deragliato, che porta ad una morte prudente nell’accezione latina del temine, come “saggia”, la presenza costante che, almeno nella morte, sia capace di indicare un percorso legato alla finalità di un arrivo. Il nascosto diventa così da scoprire in ogni frase, la riflessione filosofica che si sposta altrove.

Luca Vandelli è uno sceneggiatore di successo, che in crisi personale e lavorativa, appare isterilito dall’uso, professionalmente obbligato, di una scrittura divenuta sempre più insignificante, asservita all’infinito groviglio di trame, come richiesto dalle fiction che sostengono lunghissimi tempi di intrattenimento televisivo. 

Viene lasciato dalla moglie, biologa, che guarda quindi le cose in modo concreto, che si occupa di un vero lavoro, al contrario di lui che “inventa” storie. Decide di affidarsi all’accadere, a cui non può rinunciare, che è l’incidente del vivere, e vi si adegua.

Ecco che lascia tutto, chiude la porta di casa e va a dimorare in un albergo, pagando in anticipo e, chiedendo di detenere una chiave, si stabilisce in una stanza claustrofobica, asettica e anonima, senza vista panoramica.

E lì, incontra Giulia e Oscar, con cui condivide senso di esproprio e di abbandono, smarrimento, noia, disaffezione, delusione ma, soprattutto, la stessa propensione ad una morte prudente, anche se in modo del tutto diverso.

Nessun suicidio, nessuna espropriazione di colpe, ma, come dicevo prima, una parabola del sentore dell’esproprio delle coscienze più attente. Il simulacro di una decisione differita, frammento stesso di eternità sospesa nella scelta di un qualcosa che potrebbe accadere ma non è detto avvenga.

Viviamo ormai tutti in un mondo in cui non siamo più individui, ma anonima utenza, in cui scendiamo in una dimensione sotterranea, dove tutto è stravolto. Ecco perché nel libro la claustrofobia appare come necessità della chiusura. Se imparassimo a perdere qualcosa e a perderci, di certo vivremmo meglio.

È un romanzo che sottende tanta cultura, per chi la sa cogliere. Ad esempio c’è una scena il cui significato è chiaro: è il cane ad avere il senso della misura e ad addomesticare la padrona, non il contrario.

Ma è anche volutamente polemico: ce l’ho con la scrittura facile, ma anche con la piccola vigliaccheria che ci contraddistingue, come quella di scegliere di dire le cose spiacevoli a telefono, anziché guardandosi dritto negli occhi.

Non bisogna aver paura delle parole, non esiste il sinonimo, esiste la sfumatura del pensiero, mentre, invece, il personaggio è nel dialogo, che acquista rotondità.

Ho sempre fiducia nella capacità del lettore, affinché capisca quello che veramente è il mio intento: stimolare la capacità dell’immaginario, far capire il vuoto dell’esistenza, l’astinenza da questo mondo, nella costruzione altalenante di una nuova, fragile identità.

Autore Lorenza Iuliano

Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.

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